Salesiani: cibo e parole di speranza in un carcere minorile del Madagascar

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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews Alla vigilia della festa di San Giovanni Bosco, che la Chiesa ricorda il 31 gennaio, ripercorriamo con i salesiani alcuni momenti di una giornata speciale: quella vissuta ogni domenica nell’istituto penitenziario minorile di Antananarivo.

Lo spirito di don Bosco diventa un raggio di luce anche in luoghi dove potrebbero prevalere la rassegnazione e lo sconforto. Gli insegnamenti e l’esempio del “padre e maestro della gioventù”, nato nel 1815  a Castelnuovo d’Asti, si tramutano anche oggi, in varie regioni del mondo, in parole di speranza. “A Dio – diceva – non piacciono le cose fatte per forza. Egli, essendo Dio d’amore, vuole che tutto si faccia per amore”. Ed è proprio l’amore il motore delle opere dei salesiani, fondati da San Giovanni Bosco e presenti in 133 nazioni. Sono impegnati in molteplici opere che la carità cristiana ha suscitato, ma soprattutto sono al servizio dei giovani, specialmente i più poveri e abbandonati. Gli insegnamenti di don Bosco sono un balsamo e una dolce carezza anche per i ragazzi di un carcere minorile in Madagascar, uno dei Paesi più poveri del mondo. Hanno tra gli 8 e i 18 anni e sono stati arrestati per reati come il furto di una gallina o di un cellulare. L’istituto penitenziario minorile di Antananarivo è una struttura con bassi edifici disposti sul perimetro esterno ed un ampio cortile scoperto al centro. L’area è circondata da un alto muro e i ragazzi detenuti scontano una pena o sono in attesa di giudizio. La domenica, per loro, è un momento speciale.

Un giorno speciale

Nel carcere minorile di Antananarivo la domenica si respira un clima diverso. È una giornata da condividere tra giochi e momenti di preghiera. In questo giorno i salesiani, tra cui anche giovani seminaristi, portano il pranzo ai ragazzi dell’istituto penitenziario. Il cibo viene portato già cucinato, perché, in passato, sacchi di riso e di carne non sono stati destinati ai giovani detenuti, ma sono stati presi dalle guardie carcerarie. Per i ragazzi dell’istituto penitenziario minorile la domenica è l’unico giorno della settimana in cui possono mangiare un pasto sostanzioso, come un piatto di riso con carne e verdure. Ricevono anche dei doni dopo momenti ricreativi, come la corsa con i sacchi. Negli altri giorni, la vita in carcere è invece particolarmente dura. E in questo ultimo periodo, segnato dalla pandemia, le condizioni di detenzione sono peggiorate. È quanto sottolinea a Vatican News padre Herman Solonomenjanahary aggiungendo che per i ragazzi la presenza dei salesiani è anche un’occasione per esprimere angosce e difficoltà, per aprire i loro cuori.

R. – Le loro condizioni ora sono peggiorate. Alcuni giovani sono trattati male dagli agenti penitenziari. Non danno da mangiare. E poi anche se portiamo qualcosa, regali, vestiti, tutto viene poi preso dagli agenti.

Cosa portano i salesiani a questi ragazzi? Innanzitutto, una parola di speranza…

R. – A noi e ai nostri seminaristi, i ragazzi dicono delle cose: esprimono le loro angosce, le loro difficoltà. Almeno c’è qualcuno che li ascolta. Anche a causa della situazione politica ed economica, molti di questi ragazzi vengono lasciati anche dai genitori che non li vogliono riprendere in famiglia. La nostra presenza, con momenti di divertimento, con giochi e il pranzo, è un’occasione per loro per trovare la gioia, la speranza anche in questo momento difficile.

Ci sono anche momenti di preghiera. Celebrate la Messa?

R. – Noi andiamo lì a celebrare la Messa due volte al mese. E ogni domenica c’è il momento della preghiera. E poi, dopo la preghiera, c’è il pranzo. Nel pomeriggio organizziamo attività ricreative. E ci sono spazi e tempo per parlare con loro. Possono manifestare le loro difficoltà, esprimere le loro tristezze.

Quindi fornite anche il pranzo, portate il cibo e cucinate proprio per loro, portate anche le posate…

R. – Portiamo tutto, perché se diamo soltanto il riso e il pranzo, questi cibi non arrivano direttamente ai ragazzi. Abbiamo quindi cambiato metodo: cuciniamo in casa e poi portiamo il cibo lì in carcere. E mangiamo insieme con loro.

Insieme a voi e ai ragazzi mangiano anche le guardie carcerarie. Alcuni agenti hanno notato che la vostra presenza trasforma i giovani. È come una carezza la vostra presenza…

R. – Si, possiamo dare un po’ di sorriso, un po’ di speranza, anche se non possiamo fare tutto. E poi abbiamo anche un nostro centro professionale salesiano. Indirizziamo alcuni ragazzi e così possono anche entrare lì per continuare a imparare un mestiere.

Questo impegno missionario nel carcere minorile di Antananarivo è anche un grande esempio per i seminaristi, per i futuri salesiani…

R. – Ai futuri salesiani diciamo di essere più vicini a questi ragazzi.

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