70 anni fa moriva Trilussa, voce de Roma densa d’ironia e malinconia

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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews Puntata di “Doppio Click”, programma della Radio Vaticana in onda tutti i venerdì in diretta alle 12:40, dedicata al poeta romano morto a Roma il 21 dicembre del 1950.

È l’anno 1871: a Roma, appena dichiarata capitale d’Italia, nasce Carlo Alberto Camillo Salustri. La casa della famiglia si affaccia su via del Babuino, nel Rione Campo Marzio, non distante da Piazza di Spagna. A soli 3 anni resta orfano per la morte del padre, cameriere originario di Albano Laziale. Con la madre si trasferisce a via di Ripetta, un’altra strada nel centro storico di Roma, e poi a piazza di Pietra, nel palazzo del suo padrino di battesimo: il marchese Ermenegildo De’ Cinque Quintili, molto legato a suo padre, che aiuta la famiglia Salustri. Carlo Alberto Camillo vive l’infanzia tra stenti e miseria. Frequenta la scuola. È svogliato e poco diligente ma è ricco di fantasia. In un’intervista pubblicata sul “Corriere dei piccoli” ricorda tra l’altro questo episodio: “Ero in quarta elementare; il maestro ci aveva dato questo tema: ‘Descrivete ciò che avete osservato nella via venendo da casa a scuola’. Io avevo osservato, fra l’altro, un uomo il quale, fermo sul marciapiede, tirando o allentando un filo invisibile, faceva ballare due marionette di legno, che lottavano fra di loro. Descrissi l’affascinante spettacolo ed ebbi l’audacia di aggiungervi alcune considerazioni filosofiche. Si era in tempo di elezioni politiche e paragonai le due marionette ai due candidati del quarto collegio. Concludevo notando come, anche nelle lotte politiche, c’è sempre un filo invisibile che fa muovere i combattenti tenendo desto l’interesse della folla. Il maestro ne fu favorevolmente impressionato e mi diede un bel nove”.

La “nascita” e l’opera di Trilussa

A soli 15 anni abbandona gli studi scolastici per intraprendere un cammino da autodidatta. Nel 1887 la redazione del periodico “Il Rugantino” decide di pubblicare il suo primo sonetto in dialetto romanesco. È intitolato “L’invenzione della stampa”. In questa occasione, il giovane talentuoso poeta ricava dall’anagramma del proprio cognome la parola “Trilussa”, che diventerà il celebre pseudonimo conosciuto non solo in Italia. Una firma che accompagna l’inizio di una lunga carriera. Intrecciando parole e riflessioni argute con versi e racconti descrive, con stile satirico, il mondo della borghesia. Poeta, scrittore e giornalista, Trilussa fotografa con toni a volte disincantati, sferzanti e dissacranti l’età giolittiana, gli anni del fascismo e quelli del dopoguerra. Con una frizzante altalena di malinconia e ironia unisce il dialetto romano alla poesia. Tra le fonti di ispirazione ci sono le strade e il popolo di Roma. Pubblica le sue poesie prima sui giornali. Il giudizio dei lettori è, fin dai primi anni, uno dei criteri per la selezione delle poesie da raccogliere poi in libri. La reinvenzione delle favole porta il suo messaggio ben oltre i confini di Roma. Il primo dicembre del 1950 l’allora presidente della Repubblica italiana, Luigi Einaudi, lo nomina senatore a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo letterario ed artistico”. Sommerso da telegrammi, lettere di congratulazioni che gli giungono da tutte le parti del mondo, rivolge queste parole agli amici presenti: “Hanno trovato la maniera di seppellirmi prima del tempo”.  Muore venti giorni dopo, il 21 dicembre, lasciando in eredità un gran numero di poesie in dialetto romanesco, alcune delle quali in forma di sonetti.

Testimone di un’epoca perduta

La popolarità di Trilussa ha dunque varcato i confini di Roma e dell’Italia. Scrive queste parole, nel 1956, la scrittrice Matilde Serao: “Trilussa sferzò con strofe di velluto (servendosi spesso di favole ‘rimodernate’) la borghesia che, dopo la ‘breccia’, cominciava ad innestarsi – facendola da padrone – nei gangli vitali del nuovo ordine costituito. Celebre per la statura, oltre che per i suoi versi, […] divenne egli stesso una mèta turistico-letteraria […]. Perciò hanno errato e continuano ad errare coloro che vedono nel devoto omaggio tributato dalla folla a Trilussa, gli effetti di una supervalutazione della sua opera poetica, perché l’esistenza stessa di questo favolista, costituì di per sé una gustosa opera d’arte, e, lui vivente, la testimonianza viva di un’epoca perduta e rimpianta, e ormai riflessa per sempre in una produzione vernacola nella quale la vera locuzione dialettale è stata ridotta a tale semplicità, da potersi agevolmente sovrapporle, in trasparenza, la versione italiana. Non ultima ragione di una popolarità che ha oltrepassato le mura di Roma”.

Papa Luciani e Trilussa

Il nome di Trilussa si intreccia anche con un Pontificato, quello di Giovanni Paolo I. È Il 13 settembre del 1978. Durante l’udienza generale Papa Luciani recita una sua poesia di Trilussa. “Qui, a Roma, c’è stato un poeta, Trilussa, il quale ha cercato anche lui di parlare della fede. In una certa poesia, ha detto”:

Quella vecchietta cieca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: – Se la strada nun la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò ‘na voce,
fino là in fonno, dove c’è un cipresso,
fino là in cima, dove c’è la Croce…
Io risposi: – Sarà … ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede… –
La cieca allora me pijò la mano
e sospirò: – Cammina! – Era fa Fede.

Dopo aver recitato la poesia di Trilussa, Papa Luciani ha aggiunto: “Come poesia, graziosa; come teologia, difettosa”. “Difettosa – ha spiegato il Pontefice – perché quando si tratta di fede, il grande regista è Dio, perché Gesù ha detto: nessuno viene a me se il Padre mio non lo attira”.

Una poesia per il Natale

In questo tempo che si avvicina al Natale riecheggia, in particolare, una poesia di Trilussa dedicata al presepe. In questi versi il poeta romano dà voce a a Gesù Bambino, immaginando le Sue parole rivolte a quanti allestiscono un presepe senza coglierne l’autentico significato.

Ascolta padre Zappatore che recita la poesia “Er presepio”

Er presepio

Ve ringrazio de core, brava gente,

pè ‘sti presepi che me preparate,

ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,

si de st’amore nun capite gnente…

Pé st’amore so nato e ce so morto,

da secoli lo spargo da la croce,

ma la parola mia pare ‘na voce

sperduta ner deserto senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente,

cerca sempre de fallo più sfarzoso,

però cià er core freddo e indifferente e

nun capisce che senza l’amore

er presepe più ricco e più costoso

è cianfrusaja che nun cià valore.

(Trilussa)

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