Jeremy Rifkin: il lavoro sta per finire

Prima di scrivere il libro “The end of the work”, Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on economic trends di Washington, era già uno studioso molto apprezzato ma nessuno avrebbe immaginato che la sua previsione di un’inevitabile scomparsa dell’occupazione di massa come conseguenza del progresso tecnologico gli avrebbe fatto conquistare l’attenzione e il rispetto di tutti coloro – uomini di Stato e di governo, scienziati della politica, intellettuali, imprenditori, sindacalisti – per i quali è essenziale capire dove sta andando il mondo e che cosa dovremmo fare per impedire che la rivoluzione telematica, invece di produrre ricchezza e benessere, provochi miseria e nuove esclusioni.

Jeremy Rifkin

Secondo Jeremy Rifkin, stiamo uscendo dalla rivoluzione industriale ed entrando nel secolo delle biotecnologie. Negli ultimi quaranta anni, due dirompenti novità hanno marciato su binari paralleli: il computer e le manipolazioni genetiche. Questi due filoni ora stanno cominciando a fondersi in un unico campo fatto di bioinformatica e genomica. Esso darà luogo, nel XXI secolo, a una nuova, grande rivoluzione commerciale.

Mondo del lavoro dominato da elite

Il confluire dell’informatica e delle manipolazioni genetiche darà luogo a un tipo di economia che farà assegnamento su una forza di lavoro piccola, di elite. Mai e poi mai – sostiene Jeremy Rifkin – vedremo decine di migliaia di lavoratori uscire dai cancelli di fabbriche come la Microsoft, la Genetech, o di altre industrie del computer, del software, delle tecnologie genetiche perché queste industrie non avranno più bisogno di manodopera di massa. I fattori a determinare  questo tipo di disoccupazione discendono più o meno direttamente da una stessa causa, le nuove tecnologie. Le tecnologie stanno diventando talmente avanzate, talmente sofisticate, di quanto tanto elevata e così poco costose che di qui a cinque o dieci anni nessun lavoratore “umano” potrà competere con loro.

Fine del lavoro di massa

Non ci sarà più bisogno di una forza di lavoro di massa perché una quota sempre maggiore di lavoro umano sarà svolta dalle tecnologie intelligenti e da quelle genetiche. Già oggi settori quali l’agricoltura, l’industria manifatturiera e quello dei servizi, si stanno automatizzando e ristrutturando sostituendo la forza lavoro di massa con gruppi d’elite e nuove tecnologie. Come in passato, abbiamo un nuovo settore di occupazione emergente, il settore della conoscenza, in cui si vanno continuamente creando nuovi posti di lavoro, nuove opportunità, nuove competenze, nuovi prodotti e nuove merci ma si tratta di un numero di posti assai limitato.          Inizialmente il problema della disoccupazione, dice Jeremy Rifkin, riguarderà soprattutto i cosiddetti Paesi in via di sviluppo ma finirà con l’investire anche quelli già molto progrediti.

Umanità verso il disastro

Il problema maggiore consiste nel fatto che i politici, gli economisti e gli esponenti più in vista delle nostre società non hanno ancora prodotto una ideologia sociale abbastanza forte, che sia cioè all’altezza dei cambiamenti rivoluzionari in corso nell’economia. Secondo Jeremy Rifkin dobbiamo capire che la corsa al denaro non è la cosa più importante, non è ciò che definisce l’esistenza.  Nel prossimo secolo ci renderemo conto che avere un salario oppure produrre beni e servizi e immetterli sul mercato è senz’altro necessario, ma non sufficiente a salvare l’umanità da un disastro.

Dalla tesi di laurea, nel 2001, di Amedeo Lomonaco: “Limiti e potenzialità del fenomeno della globalizzazione per l’economia contemporanea”.

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