Concerto al cimitero di Bergamo: l’abbraccio della musica alle vittime del coronavirus

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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews  Nel luogo simbolo della sofferenza lombarda, il Requiem del musicista bergamasco Donizetti risuonerà domani sera per commemorare le oltre 6000 vittime della pandemia. Ai nostri microfoni don Mattia Magoni, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi

Il piazzale del cimitero monumentale di Bergamo, che durante la fase più acuta della pandemia è diventato il drammatico e costante sfondo di una incessante processione di carri funebri, avvolgerà con l’abbraccio della musica una terra e un popolo dilaniati dal dolore, ma sempre fortemente ancorati alla solidarietà e alla speranza. Per ricordare le oltre 6.000 persone morte, nella città lombarda e in provincia, a causa del Covid, quel piazzale si tramuterà  domenica 28 giugno, in uno speciale luogo della memoria con un concerto, organizzato dal Comune e dalla Fondazione Teatro Donizetti. “Non era semplice – ha affermato il sindaco, Giorgio Gori, presentando l’iniziativa – trovare un singolo momento che potesse condensare tutti i sentimenti della comunità bergamasca, ma abbiamo pensato che il Cimitero Monumentale, diventato purtroppo un luogo simbolo del dramma, potesse avere una valenza simbolica più forte di ogni altro luogo”.

L’abbraccio della musica alle vittime e ai familiari

Sarà la musica ad accompagnare questo speciale momento di commemorazione. L’orchestra e il coro, diretti dal maestro Riccardo Frizza, eseguiranno la Messa da Requiem del celebre compositore bergamasco, Gaetano Donizetti, composta nel 1835 per la morte di uno dei più importanti operisti dell’Ottocento, Vincenzo Bellini. All’evento, trasmesso in diretta da Rai 1 a partire dalle 20.35, parteciperà anche il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. Il pubblico che assisterà al concerto sarà composto in prevalenza dai sindaci della Provincia, in rappresentanza di tutti i cittadini di questa terra. “La forza evocativa della musica – ha spiegato il direttore Riccardo Frizza – ci viene in aiuto per celebrare questo rito comunitario: ci sembra giusto, prima di organizzare qualsiasi altra attività, creare un momento di unione attorno al dolore comune. Il Requiem è stata quindi la scelta più indicata“.

La Chiesa vicina alle famiglie

La ferita provocata dalla pandemia è ancora aperta. Ma eventi come il concerto di domenica sera e ora la possibilità di celebrare – rispettando tutte le norme previste – le Messe di suffragio, aiutano a confortare quanti sono scossi dal dolore. Lo sottolinea a Vatican News don Mattia Magoni, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Bergamo, soffermandosi sul concerto del 28 giugno:

R. – È un momento che possiamo definire simbolico perché è il momento tramite il quale la città di Bergamo vuole dare  un saluto che durante il tempo del coronavirus non  si è potuto dare ai defunti. Questo momento, attraverso la musica e il Requiem di Donizetti – grande compositore della terra bergamasca – vuole essere proprio il modo per raggiungere il  dolore di tanti e dare conforto. Il dolore è ancora forte e questo momento  organizzato  dalla comunità civile sicuramente è il tentativo di  prendersi  carico  di  questa ferita. Altri momenti, dal punto di vista ecclesiale, sono in atto grazie al fatto che, con la possibilità di ripresa delle Messe, nei paesi stanno prendendo il via alcune celebrazioni di  suffragio. Celebrazioni che esprimono il modo attraverso cui la Chiesa vuole aiutare a ricordare e celebrare il momento del distacco, e ricordare l’opera della salvezza anche in questo periodo segnato da così grande tristezza.

Come riprende la vita anche da un punto di vista proprio ecclesiale e religioso dopo dolori così  grandi?

R. – La vita sta riprendendo in  due direzioni: da un lato  c’è  la voglia  i voltare  pagina e di andare avanti e dall’altro c’è il desiderio grande di non dimenticare. Come dice Papa Francesco, peggio di questa crisi ci sarebbe soltanto il dramma di  sprecarla, di non dedicare il giusto spazio alla memoria e a quello  che, nonostante tutto, anche da questi giorni si è potuto imparare e apprendere. Sono riprese le celebrazioni anche se in forma molto diversa con alcune attenzioni e cautele per quanto riguarda affluenza e partecipazione con l’uso di mascherine e opere di sanificazione. Per l’estate, sta partendo un progetto destinato alle famiglie che si chiama “Summer life”. Anche come Chiesa ci si sta attrezzando per gestire, attraverso le regole che sono state date a livello nazionale e regionale, la possibilità di accogliere i minori per garantire un sollievo alle famiglie e assicurare ai ragazzi quel bisogno di socializzazione che, comunque, è importante per la loro vita. Insieme a questo poi c’è la  presenza della Chiesa. Come Chiesa ci si sta un po’ attrezzando per andare incontro ai bisogni di questo tempo e per continuare ad essere una Chiesa parrocchiale nel senso etimologico del termine parrocchia: vicini alle  case, ai luoghi dove la gente vive e vicino alle  nostre famiglie.

Il  ricordo  delle  vittime  attraverso momenti come  quello  di domenica ed anche il ricordo nella preghiera sono passi fondamentali anche considerando che molte persone sono morte in una  solitudine dolorosissima, lontano dai loro cari. Adesso nel ricordo si può recuperare parte di quell’affetto che purtroppo, negli ultimi istanti, non si è potuto dare…

R.- Il desiderio è proprio quello di poter vivere una celebrazione che recuperi questo aspetto. Per questo che il nostro vescovo ha annunciato – i dettagli sono ancora in fase di elaborazione –  il desiderio di una Messa che può essere vissuta con questo spirito, ovvero, come commemorazione di  tutti i fedeli  defunti.  Ed è vero che l’aspetto della solitudine nella sofferenza è quello più  ha colpito e più ha scioccato. Penso soprattutto a chi da casa seguiva anche con trepidazione e ansia la situazione. Non soltanto i numeri indicavano il crescere del contagio, ma a questi numeri spesso si associavano i volti di amici, di parenti e di qualcuno di caro. L’idea di questa solitudine in momenti così drammatici, è stata qualcosa di molto toccante. Uno dei  motivi  per  cui è  stata  poi  proposta agli operatori  sanitari la possibilità  di  vivere insieme ai malati  alcuni gesti di conforto, di fede e di preghiera. Tutti tentativi per far fronte a quel male che la solitudine rischia di scavare nel cuore aprendo ferite che poi, difficilmente, si rimarginano se non trovano il  giusto spazio di cura e di attenzione.

Solitudini purtroppo che poi nella fase più acuta della malattia spesso hanno trovato un epilogo tragico. Probabilmente, domenica sera, il Requiem di  Donizetti è il giusto  sottofondo per  manifestare questa vicinanza…

R. – Sicuramente la musica ha quel potere, quasi magico, di vincere alcune barriere, alcune distanze e alcune reticenze. Fa sentire immediatamente in comunione e partecipi della stessa esperienza umana.  C’è poi il valore aggiunto che il Requiem sia di Donizetti, nostro conterraneo, che porta ulteriore significato a questo momento.

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