Brexit: è l’ora della verità per Gran Bretagna e Unione Europea

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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews Sono ore decisive per un’intesa. L’Unione Europea ha inviato un ultimatum al Regno Unito per trovare un accordo entro il 20 dicembre. A dividere le parti ci sono ancora, e soprattutto, i diritti sulla pesca.

È l’ora della verità per l’esito dei colloqui post-Brexit. L’accordo è dietro l’angolo, appeso all’amo di un ultimo nodo da sciogliere: è quello relativo alla pesca e all’accesso dei pescatori europei (francesi e danesi in primis) alle acque attorno alle isole britanniche. Ma dietro angolo c’è anche il fallimento definitivo dei negoziati. Il premier britannico, Boris Johnson, ricorda che “la porta è aperta, ma c’è un divario che deve essere colmato”.

Conseguenze della Brexit

È, dunque, tutt’altro che dissolta l’ombra di un “no deal”. La mancata intesa sarà potenzialmente rovinosa. Si deve riuscire a far quadrare il cerchio su tutto il pacchetto nelle poche “ore” rimaste a disposizione dei negoziatori. Gli effetti di un’eventuale rottura saranno pesanti. È quanto sottolinea il direttore dell’Alta scuola Impresa e Società della Cattolica di Milano, il professor Vito Moramarco.

R. – Degli effetti pesanti ci saranno, ma per la verità abbiamo già iniziato a vederli anche in questo recente passato: lo si vede per quello che riguarda la dinamica delle esportazioni e delle importazioni che, in questo anno, si sono modificate in modo profondo. L’Italia ha avuto un calo delle esportazioni verso il Regno Unito pari al 15% È una cosa abbastanza pesante, anche se il Regno Unito è solo il quinto partner commerciale dell’Italia dopo la Germania e la Francia. Peggio ancora per quello che riguarda le importazioni, che si sono ridotte del 25% in un anno.

In sostanza, il Regno Unito potrebbe avviare una forma di concorrenza non proprio “etica o legittima”…

R. – Questo è il vero problema che riguarda per l’ennesima volta, parlando del Regno Unito, i confini fra l’Irlanda del Nord e l’Irlanda. Confini che non si vogliono rimettere in funzione come prima degli anni ’80. Questi confini sono, però, la ragione di quella che è la “Internal Market Bill” che ha voluto Boris Johnson. Quello che gli inglesi non accettano è un controllo sulla qualità delle loro esportazioni verso l’Irlanda e quindi, nei fatti, verso l’Europa. Per quello che riguarda il futuro, sono abbastanza convinto che possa essere messa in atto qualche forma di tipo protezionistico. Lo sbilanciamento delle partite correnti del Regno Unito nei confronti del resto d’Europa, in particolare nei confronti dell’Italia, è abbastanza marcato. Questo andava di pari passo con una sterlina forte. Però la sterlina si sta progressivamente indebolendo. Sembrano i vecchi strumenti attraverso i quali si riconquista la capacità competitiva. C’è, da una parte, un tasso di cambio indebolito e poi, se si va molto indietro, ci sono le barriere protezionistiche.

Stiamo tornando indietro nel tempo…

R. – Si, io ho studiato in Inghilterra quando avevo 22 anni. Si andava con la carta d’identità. Ma questo succedeva quando io avevo vent’anni. Ora ne ho 66. Adesso dovremmo usare il passaporto. Questo è tornare indietro con una velocità straordinaria e, alla lunga, non conviene a nessuno. Non conviene di sicuro agli inglesi.

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