Prima guerra del Golfo: 30 anni fa l’operazione “Desert Storm”

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Amedeo Lomonaco, il mio articolo su VaticanNews È il 16 gennaio del 1991. Gli Stati Uniti, alla guida di una coalizione internazionale, intervengono militarmente nel conflitto. Pochi mesi prima, il 2 agosto del 1990, le truppe irachene avevano invaso il vicino Kuwait. Ripercorriamo quella pagina con la voce e gli appelli per la pace di Papa Giovanni Paolo II.

È la notte tra il 16 e il 17 gennaio del 1991 ed è da poco scaduto l’ultimatum per il ritiro delle truppe irachene dal territorio del Kuwait. L’aviazione americana comincia a bombardare varie postazioni dell’esercito iracheno. Sono le prime fasi di una guerra in diretta televisiva con immagini degli aerei che decollano dalle basi in Arabia Saudita e una lunga sequenza di bagliori nella notte di Baghdad. Gli spettatori di tutto il mondo possono vedere gli effetti del conflitto.

La campagna aerea dura cinque settimane. Vengono distrutti ponti, strade, centrali elettriche e infrastrutture. Nei bombardamenti muoiono almeno 10 mila soldati iracheni, oltre tre mila civili e circa 500 militari della coalizione. Nella notte tra il 26 e il 27 febbraio le forze irachene in fuga iniziano a lasciare il Kuwait percorrendo il tratto viario a nord di Al Jahara, ribattezzato l’autostrada della morte. Il 28 febbraio del 1991 il presidente statunitense George Bush proclama un cessate il fuoco unilaterale. Il governo iracheno non collassa e il regime di Saddam Hussein sopravvive per altri 12 anni.

Gli appelli di Giovanni Paolo II

Papa Giovanni Paolo II lancia numerosi appelli per la pace nel Golfo Persico. Il 12 gennaio, nel discorso rivolto ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, afferma che “la pace è ancora possibile”: “l’ora è più che mai quella del dialogo, del negoziato, della preminenza della legge internazionale”. Il 15 gennaio scrive due messaggi indirizzati ai presidenti di Iraq e Stati Uniti. Rivolgendosi al capo di Stato iracheno sottolinea che “nessun problema internazionale può essere adeguatamente e degnamente risolto col ricorso alle armi”. “La guerra oltre a causare molte vittime – aggiunge – crea situazioni di grave ingiustizia che, a loro volta, costituiscono una forte tentazione di ulteriore ricorso alla violenza”. Nel messaggio al presidente statunitense, il Pontefice chiede di non risparmiare sforzi per “evitare decisioni che sarebbero irreversibili e porterebbero sofferenze a migliaia di famiglie di suoi concittadini e a tante popolazioni del Medio Oriente”. Le parole del Papa non vengono ascoltate. Prevale invece la voce delle armi. E poche ore dopo l’inizio dell’operazione “Desert Storm” (Tempesta nel deserto) Papa Wojtyła lancia il 17 gennaio del 1991 un nuovo accorato appello per la pace nel Golfo Persico. L’occasione è un un incontro svoltosi con i collaboratori del vicariato di Roma.

Le notizie giunte durante la notte sul dramma in corso nella regione del Golfo hanno generato in me e – sono sicuro – in tutti voi sentimenti di profonda tristezza e grande sconforto. Fino all’ultimo momento ho pregato e sperato che ciò non accadesse e ho fatto quanto umanamente possibile per scongiurare una tragedia. L’amarezza deriva dal pensiero delle vittime, distruzioni e sofferenze, che la guerra può provocare; mi sento particolarmente vicino a tutti coloro che, a causa di essa, stanno soffrendo, da una parte e dall’altra. Tale amarezza è resa ancor più profonda dal fatto che l’inizio di questa guerra segna anche una grave sconfitta del diritto internazionale e della comunità internazionale. In queste ore di grandi pericoli, vorrei ripetere con forza che la guerra non può essere un mezzo adeguato per risolvere completamente i problemi esistenti tra le nazioni. Non lo è mai stato e non lo sarà mai! Continuo a sperare che ciò che è iniziato abbia fine al più presto. Prego affinché l’esperienza di questo primo giorno di conflitto sia sufficiente per far comprendere l’orrore di quanto sta succedendo e far capire la necessità che le aspirazioni e i diritti di tutti i popoli della regione siano oggetto di un particolare impegno della comunità internazionale. Si tratta di problemi, la cui soluzione può essere ricercata solamente in un consesso internazionale, ove tutte le parti interessate siano presenti e cooperino con lealtà e serenità. Spero ancora in gesti coraggiosi che possano abbreviare la prova, ristabilire l’ordine internazionale e far sì che la stella della Pace che brillò un giorno a Betlemme ritorni ora ad illuminare quella regione a noi così cara.

Un Paese in cerca di pace

Dopo la prima Guerra del Golfo, l’Iraq vivrà altre drammatiche pagine di storia tra cui la seconda guerra del Golfo, iniziata nel 2003, la caduta del regime di Saddam Hussein e la tragica esperienza del sedicente Stato islamico. L’Iraq ancora oggi, in questo tempo lacerato dalla pandemia, è un Paese scosso dalle violenze. Ma è anche uno Stato in attesa con la speranza per una pace autentica. Questa speranza si affianca, in questo periodo, ai preparativi di una visita speciale: quella di Papa Francesco, in programma dal 5 all’8 marzo prossimi. Tra le tappe previste quelle a Bagdad, nella piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, a Mosul e a Qaraqosh, nella piana di Ninive. Quattro giorni intensi per portare vicinanza a un popolo che ha sofferto e continua a soffrire a causa della guerra.

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