Dall’Osservatore Romano del 17 ottobre 2025
L’abbraccio di Pietro ai gitani
I poveri, gli afflitti, gli scartati. È tra questi fratelli, considerati ai margini della società e tra i bassifondi della famiglia umana, che la Chiesa trova le vette del suo senso evangelico, dell’amore cristiano. Quello del vicario di Cristo è uno sguardo pieno d’amore per tutti i suoi figli, soprattutto per coloro che vengono esclusi, che sentono ogni giorno il peso del pregiudizio. I rom vivono questa realtà, spesso confinati in periferie geografiche ed esistenziali.
Paolo VI è il primo Pontefice a incontrarli. Le sue parole sono quelle di un padre. Li definisce «pellegrini perpetui, esuli volontari, profughi sempre in cammino, viandanti senza riposo». È il 26 settembre del 1965, il giorno del suo compleanno. Quello storico incontro si svolge in un clima di profonda commozione. Il popolo radunato nel campo internazionale degli zingari a Pomezia abbraccia il vescovo di Roma. Molti di quei pellegrini indossano costumi sgargianti. «Si tratta di nomadi, gitani, zingari di diverse stirpi, nazioni e provenienze — si legge nell’edizione del quotidiano “L’Osservatore Romano” con la cronaca di quella memorabile giornata — tutti affratellati dal vincolo della fede».
Sono presenti oltre 3000 rom, arrivati da varie regioni dell’Europa e del mondo. All’offertorio vengono presentati al Papa vari doni, tra cui un ostensorio a forma di croce con un’aureola di filo spinato a ricordo dei gitani morti nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. Nell’omelia Paolo VI porge innanzitutto il suo saluto a questo popolo: «A voi, che guardate il mondo con diffidenza, e con diffidenza siete da tutti guardati; a voi, che avete voluto essere forestieri sempre e dappertutto, isolati, estranei, sospinti fuori di ogni cerchio sociale». Ciò che davvero conta, sottolinea Papa Montini, è una «scoperta differente».
«Voi scoprite di non essere fuori, ma dentro un’altra società; una società visibile, ma spirituale; umana, ma religiosa; questa società, voi lo sapete, si chiama la Chiesa. Voi oggi, come forse non mai, scoprite la Chiesa. Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al cento, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa; siete nel cuore della Chiesa, perché siete poveri e bisognosi di assistenza, di istruzione, di aiuto; la Chiesa ama i poveri, i sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati».
L’incontro di Paolo VI con il popolo rom si colloca in un tempo denso per la Chiesa. Mancano poche settimane alla chiusura del Concilio ecumenico vaticano II, che ha esortato i vescovi ad avere «un particolare interessamento per quei fedeli che, a motivo delle loro condizioni di vita, non possono godere dell’ordinario ministero dei parroci o sono privi di qualsiasi assistenza». Fra questi fedeli ci sono anche “i nomadi”. Il risultato di quello storico incontro è il sigillo di una fratellanza senza esclusioni: tutti fanno parte della Chiesa, del popolo di Dio.

Nel 2011 l’incontro dei rappresentanti di diverse etnie di zingari e rom con Benedetto XVI si riannoda a quello del 1965 con Paolo VI. Il Pontefice abbraccia oltre duemila zingari giunti da tutta Europa nel centocinquantesimo della nascita e nel settantacinquesimo del martirio del beato gitano Ceferino Giménez Malla. Ripercorrendo le tappe della complessa e dolorosa storia del popolo gitano, che non ha mai «aspirato a dominare altre genti», ma ha «considerato idealmente l’intero Continente» europeo come la «propria casa», Benedetto XVI ripete con affetto quanto espresso da Papa Montini: «Voi siete nella Chiesa! Siete un’amata porzione del Popolo di Dio pellegrinante e ci ricordate che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura”».
E ricorda la sua visita al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, il 28 maggio del 2006. In quell’occasione il Pontefice tedesco ha pregato per le vittime della persecuzione e si è inchinato di fronte alla lapide in lingua romanes. Nel 2011, incontrando diverse etnie di zingari, le parole di Benedetto XVI uniscono quelle tragiche pagine di storia con cammini di speranza.
«La coscienza europea non può dimenticare tanto dolore! Mai più il vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo! Da parte vostra, ricercate sempre la giustizia, la legalità, la riconciliazione e sforzatevi di non essere mai causa della sofferenza altrui! Oggi, grazie a Dio, la situazione sta cambiando: nuove opportunità si aprono davanti a voi, mentre state acquistando nuova consapevolezza».
L’11 giugno del 2011 nell’Aula Paolo VI colori e danze su ritmi gitani si alternano a momenti di commozione autentica per le testimonianze di alcuni zingari. Quella di uno studente, nato e cresciuto in un campo a Roma, è una voce che chiede rispetto, dignità: «Lo so che ci sono dei rom che sbagliano, che si comportano male, ma la responsabilità è sempre personale e la colpa non è mai di un’etnia o di un popolo. Quando penso al futuro, penso a città e paesi dove ci sia posto anche per noi, a pieno titolo, come cittadini come tutti gli altri, non come un popolo da isolare e di cui avere paura». La testimonianza successiva è quella di una donna zingara austriaca sopravvissuta ai campi di sterminio di Auschwitz e Bergen-Belsen, dove fu deportata a 9 anni: «Auschwitz: tutto lì è rimasto com’era; ci sono anche gli uomini, che sono rimasti com’erano. Noi siamo i fiori di questo mondo e siamo calpestati, maltrattati e uccisi».
Papa Francesco incontra in più occasioni il popolo gitano. Sono circa 7 mila quelli presenti in Aula Paolo VI con le loro danze il 26 ottobre 2015. Il Pontefice sottolinea che «è possibile costruire una convivenza pacifica, in cui le diverse culture e tradizioni custodiscono i rispettivi valori. Non vogliamo più assistere a tragedie familiari in cui i bambini muoiono di freddo o tra le fiamme, o diventano oggetti in mano a persone depravate, i giovani e le donne sono coinvolti nel traffico di droga o di esseri umani. E questo perché spesso cadiamo nell’indifferenza e nell’incapacità di accettare costumi e modi di vita diversi da noi. Vorrei che anche per il vostro popolo si desse inizio a una nuova storia, a una rinnovata storia. Che si volti pagina!».
Oltre a quello del 2015, un altro incontro di Francesco con il popolo rom e sinti si tiene il 9 maggio del 2019. Papa Bergoglio sceglie la Sala Regia, cuore nobile del Palazzo Apostolico, dove riceve il Corpo diplomatico, per accogliere in un posto d’onore cinquecento rappresentanti di varie etnie e pregare con loro e per loro. «Non siete cittadini di seconda classe», dice Francesco a quella porzione del popolo di Dio nella Sala Regia: «I veri cittadini di seconda classe — spiega il Pontefice — sono quelli che scartano la gente».
Uno degli eventi di questo Anno Santo è il Giubileo dei rom, in programma nella giornata del 18 ottobre e scandito dal tema: «La speranza è itinerante, mio padre e mia madre erano aramei erranti» (cfr. Deuteronomio 26,5). In questa giornata, nell’Aula Paolo VI, è previsto un momento di preghiera per professare la profonda fede dei popoli rom, sinti e camminanti. E, soprattutto, è un’occasione per incontrare, ancora una volta, il successore di Pietro. Domenica 19 ottobre, il giorno successivo all’abbraccio con Leone XIV è in programma un momento di preghiera nel Santuario della Madonna del Divino Amore nei pressi della Chiesa a cielo aperto dedicata al Beato Ceferino Giménez Malla. È conosciuto come «el Pelé», il primo gitano martire della fede. È stato fucilato nel 1936 durante la Guerra civile spagnola ed è stato gettato in una fossa comune per aver difeso un prete con il suo Rosario. La sua testimonianza è un modello per un popolo, per la famiglia umana, per la Chiesa.