Dall’Osservatore Romano del 13 maggio 2026
È il mese di maggio del 1981 e sul fronte geopolitico la fase di “distensione” del decennio precedente tra Washington e Mosca è ormai tramontata. Alla Casa Bianca si è da poco insediato Ronald Reagan come 40º presidente degli Stati Uniti d’America. L’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 ha riacceso lo scontro tra i due blocchi. L’Unione Sovietica guarda con crescente preoccupazione alla Polonia, dove nell’estate del 1980 nasce il sindacato indipendente Solidarność guidato da Lech Wałęsa. In Italia, un Paese sfregiato dal terrorismo e dagli “Anni di piombo”, sono trascorsi solo tre anni dal sequestro e dall’assassinio dello statista Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
È mercoledì 13 maggio 1981. Il cielo sopra Roma è limpido. Piazza San Pietro è gremita di pellegrini per l’udienza generale. Giovanni Paolo II, il primo Pontefice polacco nella storia della Chiesa, attraversa i vari settori, salutando i fedeli. Per partecipare a quell’incontro sono arrivati da varie regioni dell’Italia e dall’estero religiosi, scolaresche, turisti, gruppi di fedeli. L’atmosfera è festosa.
Poi, improvvisamente, il cielo primaverile è squarciato da colpi di pistola. Il Pontefice si accascia sanguinante.
Una voce attonita, quella del radiocronista della Radio Vaticana Benedetto Nardacci, prova a descrivere quelle drammatiche scene che appaiono davanti ai suoi occhi. «La folla è tutta in piedi… La folla è tutta in piedi… non commenta quasi la scena tragica cui ha assistito. Sono quasi tutti in silenzio, aspettano notizie». Il racconto del cronista fotografa in diretta drammatiche sequenze di storia: «Per la prima volta si parla di terrorismo anche in Vaticano. Si parla di terrorismo in una Città dalla quale sono sempre partiti messaggi di amore, messaggi di concordia, messaggi di pacificazione…». «Come avrete sentito — prosegue Nardacci —, i vescovi presenti all’udienza, i prelati che erano presenti all’udienza hanno invitato la folla a pregare per la salute del Papa. Sembra che il Santo Padre sia stato raggiunto almeno da un proiettile all’addome. Mi pare che quelle pantere dei carabinieri e della polizia scortassero l’ambulanza che, vi avevo detto prima, era entrata in Vaticano… L’ambulanza dovrebbe aver preso a bordo il Santo Padre e dovrebbe essere scortata da quelle gazzelle, da quelle pantere delle forze dell’ordine verso il Policlinico Gemelli. Così mi pare, ma non è che io possa confermare questa notizia, io mi trovo in piazza…».
Il mondo segue con angoscia le notizie che arrivano da Roma. Nel comunicato della Sala stampa della Santa Sede, ripreso dal quotidiano «L’Osservatore Romano», c’è spazio, nonostante tutto, anche per «fondate speranze»: «Oggi — vi si legge — Giovanni Paolo II, che stava percorrendo come di consueto piazza San Pietro sulla campagnola bianca, prima di dare inizio all’udienza generale, mentre si trovava nel settore sulla destra di chi guarda la Basilica all’altezza dell’Ufficio mobile delle Poste vaticane, è stato colpito all’addome da colpi di rivoltella sparati, a distanza ravvicinata, da uno straniero subito arrestato dagli agenti di polizia». «Il Papa — prosegue il comunicato — è stato immediatamente trasportato in autoambulanza al reparto chirurgia del Policlinico Agostino Gemelli. L’intervento chirurgico è in corso. Benché le condizioni del Papa siano preoccupanti, consentono fondate speranze di recupero».

Quelle «fondate speranze» si riverberano poi, finalmente, in una voce. È il 17 maggio del 1981. Al Regina caeli Papa Wojtyła assicura la sua preghiera per l’attentatore, Mehmet Ali Ağca, che ha «sinceramente perdonato».
In questi giorni, «siete uniti con me», dice il Vescovo di Roma. «Vi ringrazio commosso per le vostre preghiere e tutti vi benedico. Sono particolarmente vicino alle due persone ferite insieme con me. Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato». «Unito a Cristo, Sacerdote e Vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e per il mondo. A Te Maria ripeto: “Totus tuus ego sum”», conclude il Pontefice.
L’8 aprile del 2005 il cardinale Joseph Ratzinger, eletto Pontefice pochi giorni dopo, il 19 aprile, presiede le esequie di Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. «Egli — afferma all’omelia — ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: il limite imposto al male “è in definitiva la divina misericordia” (Memoria e identità, pag. 70). E riflettendo sull’attentato dice: “Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza; l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore…È la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene” (pag. 199)». «Animato da questa visione — rimarca il cardinale Ratzinger —, il Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così eloquente e fecondo».
Cinque anni fa, il 12 maggio del 2021, Papa Francesco all’udienza generale torna con la memoria a quella scena drammatica di quarant’anni prima: «Domani ricorre la memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Fatima e anche il 40º anniversario dell’attentato a San Giovanni Paolo II, qui in Piazza — afferma —. Egli stesso sottolineava con convinzione che doveva la vita alla Signora di Fatima. Questo evento ci rende consapevoli che la nostra vita e la storia del mondo sono nelle mani di Dio».
Nello stesso anno dell’attentato, all’età di 26 anni un giovane statunitense, Robert Francis Prevost, viene inviato dai suoi superiori a Roma per studiare Diritto canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum). Nell’Urbe viene ordinato sacerdote il 19 giugno 1982. L’8 maggio 2025 viene eletto Successore di Pietro, con il nome di Leone XIV. Tre giorni dopo, al Regina caeli, rivolge ai giovani parole che si saldano con il Pontificato di Papa Wojtyła: «Non abbiate paura! Accettate l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!». Un legame che si ripete il 18 maggio: è proprio nel giorno della nascita di Giovanni Paolo II, infatti, che Leone XIV presiede la messa per l’inizio del ministero petrino.