Prostituzione, Comunità Giovanni XXIII: punire clienti

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Oltre 70 mila prostitute, circa 9 milioni di clienti e un giro di affari annuo non inferiore ai tre miliardi di euro. Sono questi alcuni dati, diffusi dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, legati alla prostituzione in Italia. Un fenomeno, questo, al centro di una proposta di legge “bipartisan2 presentata alla Camera. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

 

Tasse sugli incassi, controlli sanitari, uso obbligatorio del preservativo, creazione di cosiddetti quartieri a luci rosse, contrasto alla tratta e reinserimento sociale. Sono alcune delle misure previste nella proposta di legge bipartisan per regolamentare il fenomeno della prostituzione e combattere il degrado di molte strade italiane.

Intervista con Giovanni Ramonda

Ma la prostituzione può essere considerata come una qualsiasi attività lavorativa, da gestire con partita Iva in case provate o in aree specifiche? Risponde Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII:

R. – Se la donna è considerata un oggetto, sì. Ma se la donna è considerata persona, con una sua dignità – come è nel disegno di Dio ma come è anche secondo il buon senso di ogni cultura e di ogni religione – è assolutamente inaccettabile la compravendita del corpo della donna. Per sconfiggere lo sfruttamento della prostituzione non è assolutamente la via della regolarizzazione quella che risolverà il problema.

Possibili soluzioni

D. – Qual è allora la soluzione auspicabile per arginare questa piaga e riconoscere la piena dignità della persona?

R. – La soluzione è quella che diceva don Oreste Benzi: tolleranza zero, perché nessuna donna nasce prostituta. Se si legalizza la prostituzione come vogliono questi parlamentari si dà – permettetemi – la “pappa fatta” ai clienti e anche al racket, tra l’altro, agendo sulla cultura giovanile in un modo devastante: i nostri giovani riterranno che il corpo della donna sia una merce. Noi in questo campo siamo con Paesi laicissimi, che sono la Svezia e la Norvegia, che hanno capito che bisogna agire sulla domanda. Bisogna agire sul cliente, bisogna fare delle norme che impediscano di comprare il corpo della donna e di usare violenza sulla donna.

Il modello nordico

D. – Ricordiamo in breve questo modello nordico: quali sono queste norme?

R. – Il cliente viene punito con pene ovviamente amministrative, ma se c’è la recidiva del reato ci sono anche sanzioni penali e c’è anche un’informazione alla famiglia del reato compiuto dal coniuge, e questo è un deterrente.

Norme e risultati

D. – Queste norme quali risultati hanno prodotto?

R. – Una drastica riduzione della domanda, quasi inesistente. Questo noi lo abbiamo sperimentato in Italia: quando c’è un concorso di lavoro in rete, tra le forze di polizia, la Questura, la magistratura, le associazioni di volontariato, la domanda viene eliminata. Sul territorio riminese era stata eliminata. Il problema è che non tutti i Comuni agiscono con questa azione, anche necessaria, della punibilità del cliente.

La proposta di legge bipartisan, firmata da 70 parlamentari, intende superare la legge voluta dalla senatrice socialista Lina Merlin che nel 1958 abolisce la regolamentazione della prostituzione in Italia e, di conseguenza, porta alla chiusura delle “case chiuse”.

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