L’industria italiana perde in 5 anni 675 mila posti di lavoro

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Al premier Monti diciamo che il tempo è scaduto. Serve un nuovo patto sociale contro l’attacco speculativo in corso. Così il leader della Cisl, Raffaelle Bonanni, si espresso in occasione della presentazione, stamani, del nono “Rapporto Industria”. In cinque anni, il settore dell’industria in Italia – si sottolinea nel dossier – ha perso 675 mila posti di lavoro, il 10% della base industriale. Tra le priorità per la crescita, la Cisl indica l’urgenza di stimolare la domanda interna. Ma si deve anche proseguire sulla strada delle riforme, come sottolinea, al microfono di Amedeo Lomonaco, il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli:

R. – Viviamo in un mondo globalizzato, c’è una differenza fra quello che noi vorremmo e quello che possiamo fare. Io credo che se noi non continuiamo sul percorso di riforme, che chiediamo da anni, difficilmente usciremo da questa situazione di grave difficoltà del Paese, e in particolare, dell’occupazione. Sono anni di ritardi per colpa di lobby, di corporazioni. Dobbiamo denunciarli con forza.

Il posto fisso ormai è un’eccezione

D. – Cala l’occupazione e il posto fisso in Italia è ormai un’eccezione. Secondo Unioncamere ed il Ministero del lavoro, sono a tempo indeterminato, mediamente, meno di due assunzioni su dieci…

R. – E’ un dato che si fa sulle proiezioni delle assunzioni di queste settimane, di questi mesi. Abbiamo un dato storico che è un po’ diverso, anche se non dobbiamo sempre rallegrarcene. Non c’è dubbio che non essendo riusciti a fare riforme ereditiamo una situazione, soprattutto nell’industria, di questo tipo: l’industria non è più concorrenziale, licenzia, non assume. E’ chiaro che bisogna puntare su tante altre cose, in particolare sui servizi. Certo, ci vuole anche un intervento dello Stato, ma non pensiamo che, continuando a fare debiti, si risolvano i problemi del Paese.

Divari crescenti tra nord e sud

D. – Preoccupanti anche i dati di Bankitalia sugli stipendi, aumentati in dieci anni solo di 29 euro e con divari crescenti tra nord e sud…

R. – Se non riusciamo ad attrarre capitali, difficilmente ne usciremo. E per attrarre capitali dobbiamo affrontare una serie di problemi, tra cui quelli legati alla burocrazia, alla malavita, alle troppe corporazioni ed anche ad un costo del lavoro ancora eccessivamente alto. Problemi che la riforma del mercato del lavoro solo in parte risolverà.

Impatto della riforma del mercato del lavoro

D. – Come può incidere proprio la riforma del mercato del lavoro in un tale complesso e difficile contesto?

R. – La riforma del mercato del lavoro va sicuramente nella direzione giusta. Era partita molto bene, poi siamo arrivati a una mediazione che non ha entusiasmato. Bisogna fare anche un’ulteriore denuncia che riguardale colpe della politica, che sono gravissime. Lo sono state in passato e lo sono anche in questi giorni.

Analogie tra Italia e Spagna

D. – La situazione economica italiana, con comuni e regioni a rischio default e trend negativi in borsa e per lo spread, ricorda quella della Spagna. Il futuro sembra unicamente legato alle decisioni che prenderà l’Unione Europea?

R. – Siamo sempre più collegati alle decisioni dell’Europa e, per fortuna, a livello di Unione Europea, la nostra considerazione è molto cresciuta in questi ultimi mesi. E’ cresciuta, non solo per la persona del capo del governo, ma anche per i grandi passi che il Paese ha fatto. Dipenderà molto anche da una coesione sociale, che il Paese deve continuare ad avere. E’ chiaro che il governo e la politica devono fare di più.

 

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