Iraq, rapporto della Croce Rossa

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

In Iraq, le sofferenze che uomini, donne e bambini stanno subendo sono insopportabili e inaccettabili: è quanto sostiene un rapporto del Comitato internazionale della Croce Rossa che sottolinea come ogni attività quotidiana sia minacciata da gravi rischi. In Iraq è poi sempre più intricata la questione curda: Lo status della principale città del Kurdistan, l’importante centro petrolifero di Kikrkuk, sarà definito a novembre con un referendum. Ma turcomanni, sunniti e la Turchia si oppongono all’annessione di Kirkuk al Kurdistan. Ascoltiamo, al microfono di Amedeo Lomonaco, il portavoce del coordinamento degli esuli iracheni in italia, l’iracheno curdo, Adib Fateh Ali:

R.Le popolazioni arabae turcumanna sono contrarie al referendum perché ritengono che un eventuale censimento non venga poi fatto in modo trasparente. Il problema principale è, comunque, quello relativo alla Turchia: Ankara teme che una eventuale annessione di Kirkuk e di altri territori al governo autonomo curdo possa in futuro costituire un rifugio anche per i separatisti della Turchia. Non dimentichiamo, infatti, che ci sono 14 milioni di curdi in Turchia che ambiscono, anche loro, ad ottenere una sorta di autonomia dal governo centrale turco. Personalmente ritengo che la situazione sia molto complicata e potrebbe rappresentare la prossima tappa di questa strisciante guerra civile in Iraq. Non vedo da parte della Turchia alcuna volontà di compromesso o di riuscire ad accettare un dato di fatto molto semplice, ovvero che i curdi sono la maggioranza a Kirkuk. 

D. – A Kirkuk vivono curdi, arabi, assiri, turcomanni e cristiani. Si può dire che è un po’ la Gerusalemme dell’Iraq? 

R. – Si può ben dire che sia la Gerusalemme dell’Iraq. Noi diciamo di Kirkuk è una piccola Iraq, dove convivono tutte le etnie e le confessioni dell’intero Paese. E’ l’esempio dell’Iraq che ha vissuto in pace, nonostante le tensioni in quell’area, per tutto questo periodo. Oggi invece rischiamo molto, perché ci sono troppi interessi regionali, di potenze regionali che non hanno interesse a risolvere in maniera pacifica, in modo democratico, il problema curdo. 

D. – Nei giorni scorsi, si è celebrato il quarto anniversario della caduta del regime di Saddam Hussein. A maggio si terrà in Egitto una Conferenza internazionale per la stabilità del Paese. Come procede il percorso dell’Iraq verso la democrazia? 

R. – Più che a queste Conferenze e a questi incontri credo a quello che avviene sul campo. Sul terreno ci sono indicazioni confortanti. Gli arabi sunniti, che in un primo momento hanno accolto a braccia aperte l’organizzazione di al Qaeda, approfondendo il conflitto tra sciiti e sunniti e portando l’Iraq alla soglia di una guerra civile, hanno adesso creato una crepa: gli arabi sunniti si sono accorti che al Qaeda non serve più alla loro causa e vogliono liberarsene. E lberare l’Iraq da al Qaeda significa liberare l’Iraq anche dalle autobombe che uccidono indistintamente e soprattutto i civili.

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