Inchiesta su bambini cresciuti in famiglie mafiose

 © Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

L’infanzia negata dei bambini cresciuti in contesti familiari legati alla ‘ndrangheta. E’ questo uno dei temi al centro di un’interessante inchiesta pubblicata nell’ultimo numero di “Narcomafie”, rivista realizzata in collaborazione con l’Associazione “Libera”. Ma cosa significa – come si legge in uno degli articoli proposti – “crescere a pane e ‘ndrangheta”? Amedeo Lomonaco lo ha chiesto alla giornalista che ha curato l’inchiesta, Michela Mancini:

 

R. – Per un bambino crescere in una famiglia mafiosa significa non avere nessun altro tipo di opportunità nella vita. La mafia e in modo particolare la ‘ndrangheta, essendo un tipo di organizzazione criminale fondata sulla famiglia, è totalizzante. Questo vuol dire che un bambino che nasce e cresce in una famiglia mafiosa conosce soltanto quel tipo di ambiente.

Strage di via D’Amelio
“Pedagogia” delle famiglie mafiose

D. – Qual è appunto la “pedagogia” delle famiglie mafiose?

R. – Prima di tutto servire la famiglia, che significa servire la famiglia di appartenenza e, di conseguenza, servire la famiglia criminale. Ci sono ragazzini che a 14-16 anni compiono estorsioni. Alcuni di loro camminano con le pistole in tasca e addirittura hanno tatuate sotto i piedi le facce dei carabinieri, perché camminando calpestano lo Stato. E’ una società chiusa e rigida, dove per la società civile e per lo Stato è difficile inserirsi.

Rompere il legame con ‘ndrangheta

D. – Cosa comporta rompere, rinnegare il legame con la ‘ndrangheta?

R. – Nei casi su cui io ho lavorato, nessuno dei ragazzini ha mai rinnegato la propria famiglia. Il lavoro che sta facendo il Tribunale dei minori di Reggio Calabria non consiste nel rinnegare la famiglia, perché si chiederebbe a un ragazzino qualcosa che lo snaturerebbe. Questi ragazzini vengono semplicemente allontanati per un periodo di tempo determinato, ma i contatti con la famiglia non vengono interrotti. Questo periodo termina e poi il ragazzino, la maggior parte delle volte, ritorna nella famiglia di origine. Per cui non è un vero e proprio rinnegare la propria famiglia. Ma c’è la possibilità di conoscere un mondo “altro”, con valori nuovi, e a quel punto il ragazzino può scegliere se continuare a vivere a “pane e ‘ndrangheta”, oppure secondo le regole dello Stato.

Il percorso dei bambini

D. – Quando i bambini tornano nelle loro famiglie sono in parte trasformati?

R. – Trasformati è una parola grossa, perché purtroppo un anno è un tempo breve. Questo è il periodo che, generalmente, è il tempo medio di permanenza dei ragazzini fuori dalla Calabria, nelle comunità o nelle famiglie che le ospitano. E per questo il Tribunale dei minori, assieme ad altre associazioni, sta cercando di firmare un protocollo, sta cercando di realizzare un progetto affinché questi ragazzini possano poi essere seguiti dallo Stato anche alla fine della messa alla prova. La cosa fondamentale è il reinserimento lavorativo.

Le difficoltà del percorso di rieducazione

Se il ragazzino, infatti, compie un percorso di rieducazione e viene allontanato dalla pedagogia mafiosa e poi ritorna nella famiglia di origine e continua a sottostare a determinate logiche, anche economiche e lavorative – che sono appunto quelle calabresi, dove c’è una scarsissima occupazione e in questo vuoto si inserisce la ‘ndrangheta – il ragazzino probabilmente risceglierà la mafia di nuovo. Se invece lo Stato riuscisse a reinserire il ragazzino nel tessuto economico sano, è probabile la scelta vera e propria di non appartenere più alle logiche mafiose.

Il progetto “Liberi di scegliere”

D. – A proposito di scelta, in cosa consiste il progetto “Liberi di scegliere” che coinvolge tra l’altro volontari di Libera e della Caritas italiana?

R. – Il progetto “Liberi di scegliere” è la sistematizzazione dei provvedimenti del Tribunale dei minori di Reggio Calabria: consiste nel creare una vera e propria rete di associazionismo, quindi anche di famiglie, in modo che i ragazzini non vengano mandati nelle comunità, che sono effettivamente dei luoghi un po’ più freddi rispetto alle famiglie, ma vengano inseriti appunto nuclei familiari veri e propri che si possano prendere cura di loro. E possano far sentire il calore che non può dare loro una comunità.

Inserimento lavorativo dei ragazzi

Inoltre, il progetto “Liberi di scegliere” mira all’inserimento lavorativo dei ragazzi nel tessuto sociale ed economico sano. E’ appunto la sistematizzazione di provvedimenti che adesso sono casi singoli. Sono circa 25 quelli che sono stati fatti finora dal 2011 e uno di questi è terminato con la storia di Riccardo, il ragazzino che lo scorso maggio ha scritto al “Corriere della Sera”, ringraziando lo Stato per quello che ha fatto per lui.

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