Crimini in Darfur, intervista con p. Moretti

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Il Consiglio dell’ONU per i diritti umani si è riunito stamani a Ginevra per la sua quarta sessione. Al centro dei lavori ci sono diverse crisi umanitarie e, soprattutto, la drammatica situazione del Darfur. La regione sudanese continua ad essere teatro, secondo gli esperti dell’ONU, di abusi sistematici contro civili, compiuti non solo dalle famigerate milizie arabe dei janjaweed. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

La comunità internazionale ha l’obbligo di proteggere i civili del Darfur dai crimini di guerra e contro l’umanità che continuano ad essere perpetrati nella regione sudanese con il coinvolgimento del governo di Khartoum: è la conclusione delle indagini compiute dalla squadra di esperti nominata dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU, contenuta nel rapporto presentato stamani a Ginevra. Nello studio si sostiene che il governo sudanese ha “orchestrato e partecipato a tali crimini”. “Il principale schema adottato – si legge ancora nel rapporto – è quello di una violenta campagna lanciata dal governo del Sudan, in collaborazione con le milizie arabe dei janjaweed, soprattutto contro civili. Le conseguenze di questi continui attacchi sono drammatiche: si stima che il conflitto in corso dal febbraio 2003 nella regione del Darfur abbia causato, finora, almeno 200.000 morti e oltre 2,5 milioni di sfollati.

Intervista con padre Moretti

La missione inviata dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU è giunta inoltre alla conclusione che l’esecutivo sudanese non ha alcuna intenzione di collaborare con le Nazioni Unite, dopo i ripetuti e vani tentativi di ottenere il via libera dal governo per poter visitare la regione. E’ riuscito invece ad entrare in Darfur padre Franco Moretti, redattore della rivista dei comboniani Nigrizia, tornato ieri dal Sudan. Ascoltiamo la sua testimonianza:

 

R. – La situazione in Darfur è senz’altro molto critica. Qualcuno comincia addirittura a parlare di un “lento Rwanda due”, perché il governo è determinato a sterminare questo popolo. Noi siamo atterrati a Nyala e siamo riusciti a visitare vari campi di sfollati: vivono in una situazione disastrosa. La cosa che ci ha scandalizzato è che, atterrando all’aeroporto di Nyala, abbiamo visto cinque aerei da guerra Mig che venivano armati dalle forze regolari sudanesi. Ne abbiamo visti partire tre e dopo poche ore abbiamo appreso la notizia che un villaggio a circa 15 km dalla città, era stato distrutto. A 50 metri dagli aerei c’erano camionette e mezzi dell’AMIS, la Missione dell’Unione Africana in Sudan. Ma non facevano niente. Se in Darfur non interviene l’ONU in maniera massiccia, lo sterminio continuerà.

Speranze riposte in un intervento della comunità internazionale

 D. – Le dure accuse dell’ONU a Khartoum a quali effetti possono portare?

 R. – La speranza è che la comunità europea insista e spinga affinché la comunità internazionale intervenga. A questo punto però ci vuole veramente una forza di interposizione, non soltanto composta da osservatori. E’ indispensabile una forza che faccia smettere queste incursioni aeree. E’ chiaro che è il governo ad armare. Noi abbiamo visto i militari mettere le bombe sotto le ali di questi Mig. Sono soldati sudanesi. I nostri confratelli poi hanno addirittura detto che non c’è molta differenza tra militari e Janjaweed.

Militari sudanesi e Janjaweed

 D.– Quali interessi accomunerebbero i militari sudanesi e i Janjaweed?

 R. – Il governo sudanese rischia di perdere il sud Sudan. Probabilmente il referendum porterà alla suddivisione dello Stato. Quindi, ci sarà un Sudan meridionale indipendente. La paura di Khartoum è che anche il Darfur possa chiedere l’indipendenza. La gente del Darfur, del resto, mira ad essere indipendente. C’è la certezza poi che nel territorio ci sia petrolio, uranio. Quindi, Khartoum non può permettersi di perdere anche il Darfur, che è una regione estesissima, grande come la Francia. Il modo migliore per non perderlo è tormentare la popolazione, farla fuggire, farla scappare e poi portarci delle popolazioni arabe; in questo modo, in un eventuale referendum, vincerebbe il sì per rimanere uniti a Khartoum.

Tra le vittime anche cristiani

 D. – E per quanto riguarda le vittime di questi abusi sistematici, sappiamo che sono soprattutto di fede animista, ma anche cristiana…

 R. – In Darfur ci saranno almeno 90 mila cristiani. Di questi 90 mila, 30-40 mila sono arrivati dal sud quando c’era la guerra. E questi cristiani, in Darfur, sono sempre stati perseguitati, anche se le poche missioni cattoliche sono abbastanza libere di aiutare la gente, di portare aiuto. Fanno quello che possono, perché è difficile muoversi in Darfur.

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