Conflitto nel Caucaso, interviste con missionari

Il conflitto nel Caucaso ha provocato almeno 90.000 profughi, ma sarebbero 150.000 le persone che potenzialmente potrebbero scappare dalla guerra in Georgia. E’ quanto riferisce la Commissione europea sulla situazione umanitaria. Servono, soprattutto, cibo e vestiti. A Gori, intanto, è iniziata la ritirata delle truppe russe. Secondo testimoni oculari, carri armati russi sarebbero invece entrati a Poti, città portuale sul Mar Nero. Nella capitale Tbilisi, la situazione inoltre sembra tranquilla. Ce la descrive, al microfono di Amedeo Lomonacopadre Pawel Dyl, missionario camilliano in Georgia:

 

R. – Oggi la situazione è tranquilla. Ci sono notizie tremende dal campo di battaglia: si parla di migliaia di morti. A Tblisi la situazione è tranquilla: la gente è triste, aspetta nuove notizie, ci sono tanti padri di famiglia che sono stati richiamati. Ci sono anche tanti giovani che non si sa dove siano; sappiamo che adesso c’è anche una guerra delle informazioni e quindi è difficile avere notizie sicure.

D. – E voi cosa vedete? Qual è la vita quotidiana che avete davanti agli occhi?

R. – Io posso dire che da parte delle persone malate da noi assistite – persone portatrici di handicap – c’è molto spavento; non sapevano cosa sarebbe successo in caso di attacco dei russi. C’è anche paura per il futuro, perché sappiamo perfettamente che la Georgia non è un Paese ricco. Noi qui assistiamo centinaia di poveri. Adesso il numero dei poveri aumenterà ancora!

Presenza camilliana in Georgia

D. – E davanti a questa paura, di fronte a questa povertà c’è però una presenza importante: la vostra …

R. – E’ vero. Per questo motivo io cerco di stare accanto alla gente; sono rimasto per dare un po’ di coraggio agli altri. Noi siamo loro vicini, cerchiamo di aiutarli. Ci sono anche tante persone di buona volontà che ci aiutano: grazie a quelle persone, anche noi possiamo fare del bene. Facciamo quello che è possibile. Sappiamo che adesso è il momento in cui ci saranno tanti aiuti umanitari. Sarà inviato del denaro: per questo motivo, chiedo di versare il denaro in modo saggio, perché purtroppo ci sono anche persone capaci di sfruttare la guerra e le disgrazie della gente.

Appello per la Georgia

D. – Padre vuole lanciare un appello proprio per cercare di aiutare la Georgia? Cosa serve realmente a questo Paese?

R. – Due cose: la preghiera, perché ci vuole tanto tanto perdono: adesso c’è tantissimo odio perché ci sono moltissime vittime. Dopo ci sono da assicurare le cose materiali: servono cibo e medicinali. Si deve pensare a ricostruire tutto!

Intervista con padre Bragantini

Dopo la drammatica fase del conflitto, è giunta dunque l’ora di far placare i venti di guerra e curare le ferite provocate dalle armi. E’ quanto sottolinea, al microfono di Amedeo Lomonacopadre Gabriele Bragantini, missionario stimmatino raggiunto telefonicamente a Kutaisi, seconda città della Georgia per numero di abitanti:

 

R. – Non si tratta, credo, di fare la voce grossa da parte dell’Europa o da parte dell’America: si tratta di prendere a cuore realmente la situazione intricata di questa zona. Se si desse un’immagine di un mondo unito non tanto per una parte o un’altra, ma per difendere la pace, per difendere i valori della libertà, i valori di un’autonomia di un popolo, credo che la situazione potrebbe essere diversa.

Guerra fredda

D. – Anche perché si spera che mondi contrapposti facciano parte del passato. La guerra fredda è una pagina che deve essere archiviata …

R. – Esatto, anche se all’interno di varie culture o mentalità, purtroppo poi sono i piccoli popoli che fanno le spese di queste incomprensioni. Incomprensioni che ancora permangono all’interno di quelli che sono i popoli pià grandi. Certi rischi non sono del tutto scomparsi.

Ricostruzione e costi

D. – La Russia ha chiesto che la Georgia finanzi la ricostruzione della capitale dell’Ossezia del Sud, devastata dal conflitto. Può un Paese come la Georgia sostenere questi costi?

R. – No. La Georgia stava in questi anni cercando di uscire da una situazione economica molto negativa, molto fragile; quindi, le risorse per questa ricostruzione le riceveva dall’estero, soprattutto dall’Occidente, dall’America. Se la Georgia riuscisse un po’ a dare una risposta concreta anche a questa zona, probabilmente sarebbe un incentivo molto forte. Però, con le sue forze, la Georgia non ce la fa.

Presenza degli stimmatini in Gerogia

D. – Padre Gabriele, parliamo adesso della presenza di voi stimmatini in Georgia: quale contributo può dare un sacerdote quando si trova in un Paese in guerra?

R. – La presenza del prete è sempre un segno di speranza per la gente. Un segno di speranza anche perché può dare una parola diversa rispetto alle tante altre parole che si sentono. E mi sembra che la gente ascolta volentieri. La gente ti incontra e prega.

Speranze tra le macerie

D. – Gli occhi della vostra gente sono coperti, in questi giorni, da immagini di devastazione. Tra queste macerie si possono intravedere luci di speranza?

R. – Certo. Però, vorrei descrivere un po’ quello che la gente sente, questa percezione della paura per l’arrivo dei russi. Spero che non si acuisca questa idea, questa mentalità. Credo che in questo momento si veda più la mancanza di luce. Speriamo che, con l’aiuto di tutti, si riesca a dare un po’ di luce; a volte, si ha proprio l’impressione di essere al buio, non tanto perché manca la luce ma perché manca la possibilità di capire quello che effettivamente sta capitando.

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