Castel Volturno, la missione dei comboniani

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Torna a salire la tensione a Castel Volturno, dopo l’uccisione nel 2008 di 6 immigrati africani in seguito ad un agguato di matrice camorrista e la successiva rivolta popolare di gran parte della comunità africana locale. La violenza è riesplosa domenica scorsa, quando due immigrati sono stati feriti con colpi di arma da fuoco da due italiani, arrestati per tentato omicidio. L’episodio ha innescato una violenta reazione da parte di alcuni immigrati. Sulla situazione nel comune campano, Amedeo Lomonaco ha intervistato padre Antonio Bonato, missionario comboniano a Castel Volturno:

 

R. – Al momento, la situazione è tranquilla. Ieri è stato un po’ “il giorno della rabbia”: un gruppo di italiani ed un gruppo di immigrati si sono radunati in strada – in posti diversi naturalmente – ed hanno manifestato il loro disagio. Dopo una mediazione, si è arrivati alla sospensione dell’occupazione delle strade, però è difficile mettere insieme queste due realtà, farle parlare, metterle in relazione; purtroppo, è questo il grande problema. La gente lo sa, tutti lo sanno … Viviamo su una pentola a pressione. E’ vero che tutti dicono: “Io non sono razzista, gli voglio bene”, però la convivenza è difficile.

Situazione di grande tensione

D. – Diversi giornali parlano di odio crescente tra la comunità bianca e nera di Castel Volturno; parlano anche del rischio di una guerra razziale, alimentata proprio dal degrado e dalla mancanza di adeguati controlli da parte delle forze dell’ordine. Si lamenta anche questo: la mancanza dello Stato …

R. – “In questo territorio, purtroppo, non sono state investite forze sufficienti per creare condizioni in modo che le comunità italiane e immigrate, si possano incontrare e si possano conoscere. Le uniche realtà che esistono sono le piccole esperienze di associazioni o quelle delle chiese. L’unica risposta che lo Stata dà – quando lo ha fatto – è la forza; un’amministrazione, invece, dovrebbe investire molto di più nei servizi sociali in questo territorio. E soprattutto, deve essere data una visione globale, non solo per gli immigrati o solo per gli italiani: dobbiamo fare in modo che gli interventi tendano a creare una sintesi, una comunione, una comunità. Dei piccoli passi sono stati fatti. Porto l’esempio della parrocchia dove la domenica vado a celebrare la Messa”.

Piccoli passi

“Siamo partiti con un gruppetto di immigrati. Sono cresciuti, ed ora, ogni tanto, si partecipa insieme alla Messa; tutti rimangono stupiti perché la Messa è bellissima, perché è partecipata … Parlo degli italiani. Allora questi piccoli passi devono essere fatti anche a livello sociale, creando punti di aggregazione. Si deve investire in servizi sociali per dare legalità, permessi di soggiorno. Uno dei gravi problemi è proprio questo: la mancanza di permessi di soggiorno, anche agli stessi bambini, quelli nati qui. C’è il solito problema della cittadinanza per questi bambini. Penso e ritengo fondamentale, a questo punto, che lo Stato e le istituzioni locali facciano sentire la loro presenza, riconoscendo però a questi ragazzi, ancora una volta, che sono vittime di una mentalità che vorrei definire camorrista”.

Mentalità da cambiare

“Una mentalità secondo cui: “Qui comando io. Tu hai trasgredito ed io mi faccio giustizia da solo”. Io condanno sia chi si fa giustizia da solo, ma logicamente anche chi si vendica. Però, purtroppo, la mentalità è quella. E questi ragazzi, questi immigrati – come gli italiani – sono vittime di questa mentalità. Quello che può aiutare a venirne fuori è creare delle realtà dove le due comunità si possano incontrare, fare in modo che ci siano momenti di conciliazione, vincendo la paura della diversità”.

Little Africa

D. – Il territorio di Castel Volturno è anche conosciuto come “Little Africa” in Italia. Per i comboniani cosa significa essere presenti in questa terra di missione?

R. – Vuol dire non fare più distinzione geografica come ci ricorda il Papa. E’ l’universalità, la cattolicità della missione, che non guarda le frontiere geografiche ma quelle umane. Quindi il nostro impegno qui è proprio verso questo: rendere presente questo Regno di Dio. Essere presenti in questa realtà che ha bisogno di un segno di speranza del Regno di Dio.

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