Caso degli stabilimenti di Termini Imerese e Portovesme

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Ha ricevuto vasta eco l’appello di Benedetto XVI, ieri all’Angelus, in favore di chi rischia di perdere il proprio posto di lavoro. Il Papa, esortando a fare tutto il possibile per tutelare l’occupazione, ha ricordato in particolare le difficili realtà in Italia di Termini Imerese, in provincia di Palermo, e di Portovesme, frazione del comune sardo di Portoscuso, in provincia di Carbonia-Iglesias.

Intervista con il vescovo di Iglesias

Vivono giorni di grande preoccupazione anche gli operai dello stabilimento Alcoa di Portovesme, che rischiano il posto di lavoro per la chiusura della fabbrica. Anche in Sardegna le parole del Santo Padre sono state accolte con gratitudine e commozione. Ascoltiamo il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Paolo Zedda, intervistato da Amedeo Lomonaco

R. – Sono state graditissime, perché realmente la tensione di questo ultimo periodo, che resiste nel territorio ha bisogno anche di questa presenza e di questa insistenza sull’impegno di tutti. Dà sicuramente una spinta ulteriore per una ricerca seria di soluzione a questi problemi. In relazione col numero degli abitanti, è una crisi che realmente incide tantissimo su tutto il territorio: interessa più di 2500 operai e famiglie, su un numero complessivo di 125-130 mila abitanti. Venendo a mancare il sostegno per queste famiglie, indubbiamente si creano tante altre situazioni di disagio, soprattutto a livello giovanile.

Grido di allarme delle famiglie

D. – A far riflettere sono anche episodi drammatici come, ad esempio, quello del ragazzo bergamasco che si è dato fuoco dopo aver perso il proprio posto di lavoro. Come arginare anche nella vostra terra il rischio di rimanere indifferenti di fronte al grido di allarme di famiglie colpite dal licenziamento, dalla cassa integrazione o dal precariato?

R. – Da noi c’è sensibilità, perché realmente è una situazione molto avvertita. Indubbiamente, i problemi di quest’ultimo anno hanno inciso ancora più profondamente su questa sensibilità e purtroppo ciò che può venirsi a creare è la sfiducia se non ci dovesse essere un risultato positivo.

La Chiesa agli imprenditori

D. – Facendo tesoro di questa sensibilità, quale strada indica la Chiesa ad imprenditori, lavoratori e autorità per trovare una soluzione?

R. – L’insistenza è continua, anche nella pastorale ordinaria delle nostre parrocchie. Ci si impegna affinché ci sia, intanto, l’assunzione di responsabilità. Poi, contemporaneamente, stiamo facendo di tutto per essere vicini a quelli che soffrono di più per questa crisi. E lo facciamo anche attraverso l’aiuto concreto, per quello che ci è possibile. E, soprattutto, attraverso l’insistenza sul creare stili di vita diversi, dando maggiore attenzione alle persone più in difficoltà.

La strada della responsabilità

D. – Ripercorrere la strada della responsabilità, che poi è una delle vie guida anche nell’Enciclica Caritas in veritate del Santo Padre: evitare quindi che la crisi economica prenda il sopravvento sulla dignità della persona?

R. – Cercando di vivere la crisi assumendosene la responsabilità. E provando a trovare anche a livello personale e famigliare degli atteggiamenti nuovi per non lasciarsi vincere e anche per affrontarla con serenità e con sapienza. Già ieri, per esempio, in un paese vicino, San Giovanni Suergiu, che tradizionalmente ogni fine gennaio fa una fiaccolata per la pace, si sono uniti anche molti operai. E hanno marciato proprio dicendo che pace e lavoro marciano insieme. Non c’è la possibilità di essere veramente in pace anche tra di noi se non c’è anche un minimo di certezza nel poter esprimere la propria attività lavorativa con serenità.

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