Beato Manuel Lozano Garrido

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Sarà proclamato beato Manuel Lozano Garrido, la cui straordinaria figura è stato presentata stamani, nella sede della nostra emittente, dal presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, l’arcivescovo Claudio Maria Celli. C’era per noi Amedeo Lomonaco:

Membro di Azione Cattolica, giornalista e scrittore, invalido e cieco, testimone del Vangelo e apostolo pieno di gioia. Sono alcuni dei tratti distintivi di Manuel Lozano Garrido, nato nel 1920 a Linares. Meglio conosciuto come “Lolo”, è il primo giornalista laico ad essere proclamato Beato. La sua vita è scandita dalla fede. Durante la persecuzione religiosa in Spagna, in piena Guerra civile, “Lolo” viene scelto per distribuire la Comunione ai detenuti in carcere. Ha poco più di 16 anni quando viene arrestato.

Intervista con mons. Claudio Maria Celli

Anni dopo ricorderà una delle gioie più grandi della sua vita: quella di aver trascorso la notte del Giovedì Santo, insieme con altri prigionieri, in adorazione del Santissimo Sacramento. In tutta la sua vita conserva la passione per la verità fondata sul Vangelo, come sottolinea l’arcivescovo Claudio Maria Celli:

“Quello che a me ha colpito è stato questo: la sua fede. La prima volta che possono celebrare la Messa nella sua casa – quando era già malato – domanda che la sua macchina da scrivere sia posta sotto l’altare; desiderava che la Croce si inserisca nella tastiera della macchina da scrivere e che anche lì possa dare frutti”.

Tramutato dolore in allegria

Nel 1942, inizia a soffrire di una paralisi progressiva che, in breve tempo, lo porterà alla completa immobilità. Nel 1962, perde anche la vista ma è sempre animato da un profondo spirito eucaristico e mariano. Nonostante la malattia, riesce tramutare il dolore in allegria. Ancora l’arcivescovo Claudio Maria Celli:

“Lolo, negli ultimi tempi – una vita distrutta dalla malattia – ha vissuto intensamente questa vocazione, nella sofferenza di essere testimone della verità. Quello che ti lascia stupito è che era un malato felice, non un malato che sopportava, ma un malato che aveva scoperto nell’unione con Cristo Signore la forma di trasformare la sua sofferenza in redenzione, in grazia, in amore. Era un infermo felice”.

Vocazione anche per il giornalismo

 La sedia a rotelle non gli impedisce, fino alla morte avvenuta nel 1971, di alimentare un’altra vocazione: quella per il giornalismo, una professione che tramuta in missione da mettere al servizio del Vangelo. Nel suo “decalogo del giornalista” scrive:

“Lavora il pane dell’informazione, pulita con il sale del buon stile e il lievito dell’eterno, poi offrilo per ravvivare l’interesse ma non togliere da ciascuno la gioia di assaporare, giudicare e assimilare”.

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