Attentato kamikaze in una discoteca a Tel Aviv

© Amedeo Lomonaco, Radio Vaticana ●

Dopo settimane all’insegna del dialogo e delle speranze di pace, il Medio Oriente è ripiombato ieri sera nel dolore e nella paura. Un kamikaze si è fatto esplodere all’ingresso di una discoteca di Tel Aviv, uccidendo almeno 4 giovani israeliani e ferendone una cinquantina. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

L’attentato è stato rivendicato dalla Jihad islamica e dalle Brigate dei martiri di Al Aqsa, formazione legata ad ‘Al Fatah’. Il presidente palestinese Abu Mazen ha condannato l’azione terroristica al termine dell’odierna riunione straordinaria a Ramallah nella quale sono state esaminate le misure da prendere dopo l’attentato. “L’Autorità palestinese – ha detto Abu Mazen – non resterà in silenzio di fronte a questa azione di sabotaggio”. Ma Israele minaccia ritorsioni. Il ministro della Difesa, Mofaz, ha convocato i vertici della sicurezza per un  esame sulla  situazione e l’esecutivo di Tel Aviv ha reso noto, inoltre, che “lo Stato di Israele sarà costretto a prendere iniziative unilaterali, se le autorità palestinesi non riusciranno a controllare le milizie estremiste”.

Tel Aviv

Chiesto il rilascio di altri prigionieri palestinesi

Le formazioni palestinesi fondamentaliste giudicano non soddisfacenti le iniziative israeliane per la pace. I gruppi miliziani pretendono il rilascio di un numero molto più alto dei 500 prigionieri già liberati da Israele. Sul fronte delle indagini, sono stati arrestati l’imam di Deir Al Ghusun, il villaggio della Cisgiordania dell’attentatore, e i due fratelli del kamikaze. Secondo le forze di sicurezza palestinesi, l’attentatore è stato assoldato dagli hezbollah libanesi. Questa ipotesi è stata presa in esame anche da Israele.

Relazioni israelo-palestinesi, il commento della prof. Emiliani

Il Medio Oriente è stato sconvolto, dunque, da un nuovo attentato. L’attacco è avvenuto 18 giorni dopo l’incontro tenutosi a Sharm el Sheik tra il premier israeliano, Ariel Sharon, ed il presidente palestinese, Abu Mazen. Ma questo attentato può deteriorare le relazioni israelo-palestinesi dopo i recenti progressi? Amedeo Lomonaco lo ha chiesto a Marcella Emiliani, docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università di Bologna:

R. – Dipende tutto da come il governo israeliano interpreterà questo attentato. Chiaramente, in questa fase di disgelo fra palestinesi ed israeliani, chi lavora contro la pace deve – diciamo così – sbrigarsi a fare attentati altrimenti rimane fuori da tutti i giochi. Questo credo sia un ragionamento che viene preso in considerazione sia dalla parte palestinese sia da quella israeliana. Il governo di Tel Aviv si sente però le mani legate perché pensa che se lascia passare un attentato senza una ritorsione può dare l’impressione di invitare le formazioni estremiste palestinesi a farne un altro.

Due diverse strategie su come trattare con Israele

D. – Che cosa sta succedendo dal punto di vista politico nei Territori palestinesi?

R. – Dal punto di vista politico si sta riproducendo quella che è la linea di frattura principale fra palestinesi: tra la vecchia schiera di politici che si sono formati nei Territori e la nuova guardia formata dai cosiddetti “tunisini”. Si accusa il premier di Abu Ala di aver inserito troppi esponenti della nuova guardia nella compagine governativa. E’ un confronto tra due strategie, su come trattare con Israele, differenti. Sono fratture diverse che si intersecano e si sovrappongono.

Fratture da ricomporre

D. – Come si possono ricomporre queste fratture? Le formazioni oltranziste chiedono soprattutto il rilascio dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Ma ci sono anche altri temi?

R. – I temi sono quelli delle colonie e di Gerusalemme Est. I palestinesi più estremisti sanno bene che il rilascio degli ultimi prigionieri può avvenire solo nel quadro di un’intesa politica. Solo così si potrà parlare di amnistia o cose del genere, ma è troppo presto per poter impostare un discorso simile finché le due parti non si fidano ancora l’una dell’altra.

Proseguire nella collaborazione alla lotta contro il terrorismo

D. – Ecco, proprio per promuovere questa fiducia, è stato programmato un nuovo incontro, previsto a primavera negli Stati Uniti, tra Sharon ed Abu Mazen. Come si potrà arrivare a questo incontro alla luce di questi ultimi episodi di violenza?

R. – L’intesa, che credo prosegua dietro le quinte, è quella dell’aiuto sia israeliano, sia americano, ai palestinesi per ristrutturare i loro servizi di sicurezza ed il loro apparato antiterrorismo. Al di là di quelli che possono essere gli incontri ufficiali tra Abu Mazen e Sharon, l’importante è che prosegua la collaborazione nella lotta al terrorismo.

 

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